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Bere acqua calda

 

Bere acqua calda: i benefici di un segreto millenario dimenticato

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L’acqua è la prima medicina per il corpo, ma metà della popolazione umana non prende mai in considerazione l’idea di berne un po’.

L’altra metà invece si costringe a berne tanta a temperatura ambiente solo perché ha sentito dire che fa bene.

Ai più sfugge che l’acqua così, è metabolizzata con difficoltà e ha un effetto molto negativo: raffredda, gonfia e sovraccarica i reni facendoli lavorare oltre misura, indebolendo ogni giorno la nostra essenza vitale.

Al contrario, bere troppo poco, danneggia il nostro organismo, gli impedisce di svolgere le sue funzioni, ma spesso tendiamo a sottovalutarlo.

In questo articolo scopriremo insieme qual è il modo più salutare di bere l’acqua, la più antica medicina per il nostro corpo.

Anche l’acqua va digerita

Trasformare il cibo è un processo che assomiglia ad una vera e propria cottura.

Ogni cosa nel nostro corpo, finché siamo in vita, accade attraverso ed in ragione del calore.

Ogni reazione chimica, l’attivarsi degli enzimi digestivi, l’assorbimento dei nutrienti, tutto richiede calore.

Il freddo, al contrario, impedisce ogni processo, blocca ogni meccanismo e quando penetra in profondità decreta la morte del corpo.

Anche la digestione si sottomette a questa fondamentale prima legge.

Tutta la fase digestiva, compresa anche quella dell’acqua, richiede la giusta dose di calore, una temperatura di 38 gradi.

Questo, tradotto nella vita di tutti i giorni, significa che se bevi una bibita ghiacciata o mangi una grande insalatona oppure uno yogurt preso direttamente dal frigorifero, o qualsiasi altro cibo crudo, freddo e secco, sarà in ogni caso difficilissimo per te da essere digerito.

Utilizzi solo una millesima frazione dei potenziali nutrienti, tutto il resto sono scorie mal digerite che si vanno ad accumulare come materiale di scarto, tossine che trattieni e che ti indeboliscono ogni giorno di più.

Ecco perché noi consigliamo di consumare l’80/90% degli alimenti cotti, caldi e, soprattutto l’acqua, è fondamentale berla calda.

Il segreto dell’acqua calda

Sì, anche l’acqua, regina di tutte le bevande, non si sottrae a questa fondamentale legge del calore e deve essere calda, se vuoi che venga davvero assorbita.

Una bella tazza di acqua calda non solo è la maniera perfetta per idratare il tuo corpo, ma è l’unico modo per dissetare le cellule e lavare via le tossine.

È il primo ed unico cambiamento che ha fatto una differenza enorme nella vita e nella salute di tantissime persone che negli anni si sono avvicinate ad Energy Training.

È il nostro segreto dei segreti!

Chi ha scoperto l’acqua calda?

Bere acqua calda è un segreto millenario: è patrimonio delle antiche medicine tradizionali.

È strettamente connessa alla digestione e alle tre capacità dell’apparato digerente di trasformare il cibo, distribuire il nutrimento e l’energia, eliminare le tossine e tutto ciò che non viene utilizzato.

Un processo di trasformazione che secondo la Medicina Tradizionale Cinese, può avvenire solo attraverso il calore.

L’acqua fredda o a temperatura ambiente non è affatto digeribile dal nostro stomaco, ne rallenta la digestione.

Dall’intestino tenue giunge nei reni in modo diretto, raffreddandoli in modo pericoloso, gonfiandoli e affaticandoli.

Gli insospettabili benefici dell’acqua calda

Basta solo provare e se farai tua questa abitudine tanto semplice quanto potente, godrai di enormi benefici.

L’acqua calda rilassa, calma e distende le pareti dello stomaco

Se assunta 15/20 minuti prima di un pasto, prepara lo stomaco alla digestione e se continuiamo a berla durante tutto il giorno, regala enorme sollievo a bruciori, gastrite e reflusso.

L’acqua calda dona una grande idratazione all’intestino

La stitichezza è un problema molto comune, caratterizzato da movimenti intestinali poco frequenti e difficoltà nel transito delle feci.

L’acqua calda ne combatte la secchezza, le idrata e le rende morbide, più facili da essere espulse.

L’acqua calda penetra nei tessuti del corpo

Porta morbidezza, elimina rigidità e contratture.  Contribuisce così all’idratazione, disintossicazione, rilassamento e pulizia degli organi, diminuendo la ritenzione idricala cellulite e tutte le patologie della pelle, acne compresa.

L’acqua calda rinforza e mantiene in salute i tuoi reni

Li rende più tonici, contribuisce a diminuire i dolori alla bassa schiena e alla diminuzione della necessità di urinare troppo di frequente, soprattutto di notte.

Un apporto maggiore di acqua aumenta il volume di urina che passa attraverso i reni, diluendo così la concentrazione dei minerali in modo che hanno meno probabilità di cristallizzarsi e di formare grumi, i temuti calcoli.

L’acqua calda è un valido aiuto contro il mal di testa

La disidratazione è causa di mal di testa ed emicrania in alcune persone.

Questo dipende anche dalla natura del mal di testa, ma in molti casi è sufficiente idratarsi ed eliminare alimenti molto riscaldanti come caffè, arancia e cioccolato per vedere dei miglioramenti significativi.

Se sei disidratato anche le funzioni cerebrali ne risentono e bere acqua calda migliora la tua energia e le funzioni del cervello.

Ci sono infine altri due altri validi motivi per cui dovresti bere acqua calda.

  1. Aumenta la tua consapevolezza a tavola: è ottima per aiutarti a tenere a bada il senso di fame ed è un’alleata nel dominare quella nervosa e nel non ricorrere agli spuntini tra un pasto e l’altro.
  2. Non ha un impatto sulla tua spesa: è facile da implementare, richiede solo una buona acqua oligominerale con un basso residuo fisso, un thermos ed un bollitore elettrico, come approfondiremo tra un po’.

Come distribuire l’acqua calda nell’arco della giornata

A questo punto ti starai chiedendo: quanto, come e quando devo bere?

Per non eccedere e non creare squilibrio nel corpo, l’ideale è che tu beva un litro e mezzo di acqua calda al giorno, due litri se sei in fase di disintossicazione, rigorosamente lontano dai pasti per non annacquare i succhi gastrici.

Puoi bere un piccolo infuso eventualmente in conclusione, ma è preferibile un po’ dopo e non troppo a ridosso del pasto.

La quantità d’acqua da bere durante la giornata può variare a seconda delle tue abitudini di vita, alimentari e del clima.

Inizia con una tazza al mattino, appena sveglio. La prima tazza del mattino è meglio che sia semplice acqua.

Poi bevine una ogni due ore, nel corso della giornata, lontano dai pasti. Bevi semplice acqua calda o divertiti a bere infusi caldi non dolcificati.

A che temperatura dev’essere l’acqua? Dev’essere tiepida, circa 37° o 38°.

Come fai a ricordarti di bere?

Utilizza la suoneria del cellulare e metti una sveglia ogni due ore, così non ti dimenticherai e gradualmente diventerà un’abitudine automatica.

L’acqua calda ha un cattivo sapore?

A volte capita che le persone abbiano un vero rifiuto nell’accettare di iniziare a bere acqua calda, dovuto al sapore che sentono essere sgradevole.

Non dipende dal tipo di acqua, ma è il segnale che il corpo ha un bell’accumulo di tossine nel cavo orale e non va sottovalutato, anzi, è una spinta in più a perseverare.

L’acqua calda sarà fondamentale per lavare via le tossine e man mano che l’organismo si depurerà, scomparirà anche il cattivo sapore.

Nell’attesa si può aggiungere qualche goccia di limone all’acqua calda o usare infusi dal sapore più gradevole.

Tanta acqua uguale tanta pipì?

In realtà dopo qualche settimana di uso quotidiano ti accorgerai che urini meno e non hai più urgenza di scappare in bagno.

Questo è il segno che i reni si sono tonificati e che l’acqua svolge un buon viaggio all’interno del corpo prima di essere eliminata.

Bere acqua calda in pratica

acqua calda

Una delle prime domande che in genere ci facciamo quando pensiamo di introdurre tra le nostre abitudini è chiederci:

“Come faccio a bere acqua calda mentre sono fuori o in ufficio?”

La risposta è molto semplice, basta un minimo di organizzazione ed il gioco è fatto

Procurati un thermos  (lo trovi anche nel nostro shop online), infilalo in borsa e portalo sempre con te.

Nell’acquisto del Thermos assicurati che sia in acciaio Inox, senza BPA e idoneo alla normativa EN12546-1:2000 (“Materiali e articoli a contatto con i prodotti alimentari –  contenitori isotermici per uso domestico”).

A casa, per facilitare la preparazione, puoi acquistare un bollitore elettrico in acciaio, non ti serve nient’altro.

Conclusione

Bere acqua calda può sembrare un’abitudine bizzarra e probabilmente incuriosirà molto chi ti vedrà portare sempre con te il thermos.

Gli adulti penseranno che sei un drogato di caffè e i bambini ti guarderanno stupiti e incuriositi e non smetteranno di farti domande.

Potrai sentirti a disagio all’inizio, ma presto ne sarai fiero e il disagio lo proverai nel momento in cui te lo dimentichi, perché bere acqua calda, è amore a prima vista.

I suoi benefici sono così potenti che potrai fare a meno di tutto ma non di lei.

Non devi credere a me, ma quello che ti dirà il tuo corpo, se ti concederai il lusso di provare e spolverare questa millenaria abitudine troppo spesso dimenticata.

Il medico di se stesso. Manuale pratico di medicina orientale

medicodisestesso

Un manuale per conoscere e capire il nostro corpo, gli organi e le loro funzioni. Un’esposizione corredata di disegni e ricette, per raggiungere un perfetto equilibrio psico-fisico e mantenersi in buona salute. Muramoto, in base al principio che l’uomo nato libero dev’essere capace di guarirsi da solo, spiega come affrontare l’autodiagnosi e l’autotrattamento. I sintomi della malattia non vanno combattuti sopprimendoli o nascondendoli, vanno invece interpretati e compresi allo scopo di controllare e migliorare le reazioni di difesa del corpo. I singoli organi non vanno considerati separatamente né l’individuo va scisso dalla totalità dell’ambiente in cui vive, poiché nella medicina orientale quel che conta è la sintesi, non l’analisi. Di vitale importanza è poi l’alimentazione, intesa come reciproco scambio fra l’uomo e gli elementi vitali di cui si nutre, e la dieta è considerata l’unica vera “medicina” preventiva. Le cure sono fatte con metodi naturali (dieta, impiastri, decotti, tè ecc.), anziché farmacologici, e mirano al duraturo ristabilimento dell’equilibrio globale, non all’effimera “guarigione” del singolo organo. Curarsi da soli implica quindi una diversa visione del mondo, un concepirsi come organismi completi che devono essere in armonia con il proprio corpo, la propria mente e l’ambiente circostante.

Il riso integrale…. da speciale TG1 del 28 gennaio 2018

Il riso è dopo il mais e prima del grano il secondo cereale più coltivato al mondo. In Occidente se ne fa un uso molto limitato (4-5 chili pro capite all’anno) ma nell’Estremo Oriente un essere umano può arrivare a consumarne in un anno oltre cento chili. È dunque un alimento centrale nell’alimentazione umana e proprio per questo assieme a frumento e granturco, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è entrato nelle “cure” dell’industria della modernizzazione agricola.

Dopo sessant’anni il risultato è che dopo il taglio indiscriminato degli alberi per recuperare terreno utile alla coltivazione e facilitare un fin troppo razionale movimento dei trattori, grazie all’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici e pur essendo all’aria aperta, le risaie sono diventate luoghi inospitali. In queste vasche riempite e svuotate durante la coltivazione del riso l’inquinamento da agro-farmaci può raggiungere concentrazioni così alte che la pratica di approfittare della fase di piena per allevare carpe è stata quasi del tutto abbandonata. Molti risicoltori notavano che i pesci una volta cresciuti in mezzo ai veleni presentavano evidenti malformazioni.

La modernizzazione non si è fermata sul campo ma ha investito anche la lavorazione del chicco che una volta raccolto e asciugato rimane comunque all’interno di un rivestimento chiamato lolla. Per essere cucinato il riso va spogliato di questa buccia che lo ricopre altrimenti sarebbe immangiabile. Successivamente viene passato ad un macchina vagliatrice che separa i chicchi maturi da quelli verdi. Le lavorazioni per ottenere il riso integrale si fermano qua.  A quel punto se si vuole ottenere il semi-integrale o il bianco occorre far passare il riso in altre macchine che continuano l’opera di pulizia dei chicchi. Lo schema del ciclo di lavorazione nell’ultimo secolo non è cambiato molto. Ad essere molto diverse sono efficienza, potenza e temperatura raggiunte negli anni dalle macchine utilizzate per lavorare il riso. La fretta, le cotture semplificate e la trasformazione del gusto (che ha via via eliminato dal nostro orizzonte alimentare il cereale integrale) hanno fatto il resto. In tutto il mondo cambiano le varietà ma alla fine nel piatto arriva sempre e comunque riso bianco che avendo perso germe e fibre contenute nello strato superficiale è diventato un concentrato quasi esclusivo di amido e molecole di agro-farmaci.

Per avere un’idea di quanta chimica si consuma nella risicoltura basterebbe andare nel Vercellese che assieme alla Lomellina lombarda e alla provincia di Verona sono le zone di coltivazione del riso più settentrionali al mondo. A Rovasenda vive, lavora e (possiamo dire) prospera la famiglia Stocchi che nei primi anni duemila ha deciso di non utilizzare più agro-farmaci adottando un metodo agronomico chiamato Policoltura Ma.Pi. Un sistema messo a punto da Mario Pianesi, fondatore dell’associazione Un Punto Macrobiotico, basato essenzialmente sul ripristino della fertilità del terreno agricolo grazie ad alberi, cespugli, rotazioni e colture in consociazione. In poche parole tutto il contrario della monocoltura che ha spazzato via gli alberi e ha fatto credere al mondo agricolo che i nutrienti naturali fossero equivalenti a quelli di sintesi.

Com’era diverso il riso di una volta

 

Il riso è dopo il mais e prima del grano il secondo cereale più coltivato al mondo. In Occidente se ne fa un uso molto limitato (4-5 chili pro capite all’anno) ma nell’Estremo Oriente un essere umano può arrivare a consumarne in un anno oltre cento chili. È dunque un alimento centrale nell’alimentazione umana e proprio per questo assieme a frumento e granturco, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è entrato nelle “cure” dell’industria della modernizzazione agricola.

Dopo sessant’anni il risultato è che dopo il taglio indiscriminato degli alberi per recuperare terreno utile alla coltivazione e facilitare un fin troppo razionale movimento dei trattori, grazie all’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici e pur essendo all’aria aperta, le risaie sono diventate luoghi inospitali. In queste vasche riempite e svuotate durante la coltivazione del riso l’inquinamento da agro-farmaci può raggiungere concentrazioni così alte che la pratica di approfittare della fase di piena per allevare carpe è stata quasi del tutto abbandonata. Molti risicoltori notavano che i pesci una volta cresciuti in mezzo ai veleni presentavano evidenti malformazioni.

La modernizzazione non si è fermata sul campo ma ha investito anche la lavorazione del chicco che una volta raccolto e asciugato rimane comunque all’interno di un rivestimento chiamato lolla. Per essere cucinato il riso va spogliato di questa buccia che lo ricopre altrimenti sarebbe immangiabile. Successivamente viene passato ad un macchina vagliatrice che separa i chicchi maturi da quelli verdi. Le lavorazioni per ottenere il riso integrale si fermano qua.  A quel punto se si vuole ottenere il semi-integrale o il bianco occorre far passare il riso in altre macchine che continuano l’opera di pulizia dei chicchi. Lo schema del ciclo di lavorazione nell’ultimo secolo non è cambiato molto. Ad essere molto diverse sono efficienza, potenza e temperatura raggiunte negli anni dalle macchine utilizzate per lavorare il riso. La fretta, le cotture semplificate e la trasformazione del gusto (che ha via via eliminato dal nostro orizzonte alimentare il cereale integrale) hanno fatto il resto. In tutto il mondo cambiano le varietà ma alla fine nel piatto arriva sempre e comunque riso bianco che avendo perso germe e fibre contenute nello strato superficiale è diventato un concentrato quasi esclusivo di amido e molecole di agro-farmaci.

Per avere un’idea di quanta chimica si consuma nella risicoltura basterebbe andare nel Vercellese che assieme alla Lomellina lombarda e alla provincia di Verona sono le zone di coltivazione del riso più settentrionali al mondo. A Rovasenda vive, lavora e (possiamo dire) prospera la famiglia Stocchi che nei primi anni duemila ha deciso di non utilizzare più agro-farmaci adottando un metodo agronomico chiamato Policoltura Ma.Pi. Un sistema messo a punto da Mario Pianesi, fondatore dell’associazione Un Punto Macrobiotico, basato essenzialmente sul ripristino della fertilità del terreno agricolo grazie ad alberi, cespugli, rotazioni e colture in consociazione. In poche parole tutto il contrario della monocoltura che ha spazzato via gli alberi e ha fatto credere al mondo agricolo che i nutrienti naturali fossero equivalenti a quelli di sintesi.

Viceversa se in una prima fase gli agro-farmaci rispondono bene illudendo il contadino di aver trovato la lampada di Aladino, nel giro di pochi anni devastano lo strato fertile e avviano i terreni agricoli verso la desertificazione. La situazione attuale della Cascina dell’Angelo l’azienda agricola della famiglia Stocchi è ben diversa e un confronto grazie al drone tra le loro risaie coltivate senza chimica e quelle dei vicini fanno giustizia di tutti i dubbi e gli interrogativi sollevati dagli increduli e rilanciati dalle lobby dell’agro-industria. Nei terreni della famiglia Stocchi che abbiamo sorvolato alla fine di ottobre e a raccolto concluso, prevale il verde e la terra circondata da alberi e inframezzata da filari di cespugli sembra più scura, attorno domina un giallo che mette i brividi perché fa pensare appunto ad una progressiva e sempre più prossima desertificazione.

 

L’impatto visivo è evidente ma quello che chiude la discussione sulla convenienza della svolta adottata dall’azienda di Rovasenda è il conto economico. L’ultimo acquisto di agro-farmaci risale al 2006. Da allora la voce spese è scesa bruscamente perché oltre ad un consumo azzerato di trattamenti chimici si sono dimezzati i passaggi di trattore per distribuirli con un risparmio netto di 700 euro per ettaro all’anno. Moltiplicati per 130 ettari dell’azienda il totale del denaro rimasto nelle casse dell’azienda è di novantamila euro per ogni singolo anno. Senza contare che nel bilancio degli Stocchi sono spuntati due addendi il cui impatto è certamente rilevante seppur difficile da calcolare: la salute e il buon umore

 

(fonte naturanelpiatto.it)